IL DRAMMA DI UN POPOLO VITTIMA DELLA PIU' GRANDE TRAGEDIA DEL SECOLO

Nei 700 giorni dell’assedio di Gaza, un gruppo di giovani filmmaker rischia la vita ogni notte per far uscire dalla Striscia ciò che, per il nemico, il mondo non doveva vedere. Da questi filmati mai visti nasce un film senza un protagonista singolo — perché il vero protagonista è il popolo stesso — e il documentario diventa un documento contro l’annientamento della verità, diventa Storia.

Per due anni, un gruppo di giovani filmmaker di Gaza ha combattuto contro la cancellazione della verità, il muro di silenzio che l’esercito israeliano ha provato a costruire uccidendo, oltre 260 giornalisti e operatori dell’informazione, il numero più alto mai registrato nella Storia in un conflitto Per 700 giorni, l’opinione pubblica internazionale ha ricevuto solo notizie frammentarie — pochi secondi di immagini in un telegiornale, spesso filtrate dalla propaganda. Ma qualche secondo, per quanto reale, racconta solo un frammento isolato dalla sua storia, e un frammento isolato, per quanto autentico, finisce per somigliare a una finzione. Chi guarda crede di sapere cosa sia accaduto a Gaza, ma ha visto solo un’ombra della realtà.

“Il Grido” nasce per rovesciare questo meccanismo. Non racconta Gaza dall’esterno ma vuole immergere lo spettatore dentro gli eventi, come se ne fosse un testimone diretto, non uno spettatore distante davanti a uno schermo, ma una presenza dentro i fatti. È per questo che il film non ha un protagonista singolo, nessun eroe, nessun leader attorno a cui costruire una narrazione, il protagonista è collettivo, è il popolo stesso, nella sua interezza. Uomini, donne, bambini offrono la propria testimonianza diretta di ciò che stanno attraversando e pensando, senza gerarchie tra le voci, senza una storia scelta a rappresentare tutte le altre.

Con enormi difficoltà, sfidando ogni notte la sorte, questi filmmaker inviavano clandestinamente i propri materiali cercando un segnale internet instabile, che a volte arrivava solo dal mare. Non erano immagini di pochi secondi buone per un telegiornale, ma sequenze lunghe, capaci di restituire l’essenza intera di eventi tragici e disastrosi, il tempo necessario perché la realtà smetta di somigliare a una finzione e torni a essere ciò che è accaduto, verificabile, storia.

Il regista Giancarlo Bocchi, impossibilitato a filmare di persona sul campo, ha stabilito fin dai primi mesi del 2024 un contatto diretto con alcuni giovani filmmaker indipendenti, raccogliendone il materiale. Bocchi nel 2001 raccontò in “Un giorno a Gaza” la morte del piccolo Mohammed al-Durrah, l’uccisione da parte dell’esercito israeliano che contribuì ad accendere la Seconda Intifada; tornò poi nel 2006 a raccontare il conflitto tra Israele e Libano nel documentario “Wars”.

Dai filmati arrivati da Gaza nasce così un film corale, un documento più che un documentario nel senso tradizionale del termine: non un racconto costruito attorno a un filo narrativo, ma la realtà stessa di ciò che è realmente accaduto, restituita nella sua interezza. Il film mostra gli effetti di bombardamenti di un’intensità che nessuna città ha mai conosciuto, nemmeno durante la Seconda guerra mondiale,ma soprattutto racconta la vita, l’umanità, la resilienza, la sofferenza e i pensieri di un intero popolo.

“Il Grido” è il racconto di persone che ogni giorno sopravvivono a bombe da 500 chili, droni armati, missili, cannoneggiamenti, e che devono anche lottare per procurarsi cibo e acqua, per vivere senza un tetto, costrette a evacuare continuamente verso luoghi inospitali, privi di ogni infrastruttura. Questo film è stato fatto per loro, e con loro.

Soprattutto, “Il Grido — I settecento giorni di Gaza” è un documento unico, che smaschera il tentativo israeliano di cancellare la verità e occultare colpe e responsabilità per quello che viene definito il più grande crimine di questo secolo — costato la vita a decine di migliaia di civili.